Movimenti e incontri tra alti e bassi, telefonate, strategie, gioco delle parti, tavoli, ma alla fine il nodo sempre uno rimane: gli attuali soci riusciranno o meno nell’impresa di aprire i cordoni della borsa e ricapitalizzare debiti che non ha fatto lo Spirito Santo?
A parole l’ex presidente Chiodi, al cui volto va riconosciuto l’onere di continuare a finire sui giornali (dopo gli onori, però) accanto a notizie tanto negative, continua a dire che non farà fallire L’Aquila. Nei fatti, non si muove paglia. E non lo diciamo solo a Chiodi, ma pure a Mancini, Cipriani, Brunamonti, Saracino e il nugolo dei piccoli soci.
Non si è mossa ad aprile quando i romani arrivarono a visitare lo stadio, né in estate quando due interviste di atuttocalcio bastarono a far uscire le tante richieste inevase a fronte del “abbiamo garantito tutto” tanto in voga, tantomeno quando da ultimo si è dovuto affrontare le prime vertenze con la prima colletta di stagione. Pure dal famoso incontro di due lunedì fa a Roma, la famosa strategia dei contratti di sponsorizzazione è rimasta, al momento, lettera morta.
Diciamo al momento perché, in sede di assemblea dei soci, questi saranno liberi di fare ciò che vogliono. Possono impegnarsi con contratti, con immobili, auto, gioielli. Quello che gli pare. Basta che sgonfiano il negativo del bilancio e poi ne ricapitalizzano coi soldi (quelli veri) le perdite. E qui arriviamo al punto. Ormai tra Ranucci e i proprietari siamo ai ferri corti. Il primo ha adottato la linea dura perché ha fiutato che la cosa potrebbe andare a finire in tribunale con tutte le conseguenze per un amministratore. E i secondi non gradiscono il lavoro certosino che ha portato il bilancio ad una perdita, dicono i ben informati, vicina al milione e mezzo di euro. Non serve sottolineare quanto una minore perdita consentirebbe un minor esborso in sede di ricapitalizzazione. Tanto che i soci hanno sia pensato di sostituire Ranucci (ma non se ne dovrebbe fare nulla), sia stanno approntando una sorta di “controbilancio” molto più morbido per ribattere a quello che ha presentato loro Ranucci.
Nel frattempo ieri sono partite le raccomandate per convocare l’assemblea dei soci al 27 ottobre. Sarà una prima convocazione che, quasi di prassi, andrà deserta. Ne succederà un’altra (verosimilmente il famigerato 30 ottobre) in cui i soci dovranno decidere il da farsi. Le strade saranno due: o non votano il bilancio e lì si aprono le porte della liquidazione, oppure sottoporranno all’amministratore un piano per sgonfiare le perdite (contratti, immobili ecc.) e ricapitalizzare. Ma per far questo, se non andiamo errati, la legge consente il termine di 90 giorni. Ecco perché non ci sarà nessuna deadline il 30, a meno di mancata approvazione del bilancio. Ma se non si vuole continuare a traccheggiare verso la liquidazione, ripetiamo, l’importante è che in quella sede emerga una volontà chiara. Che ad oggi non c’è. Tra silenzi, menefreghismo e lamentata mancanza di liquidità che hanno condotto L’Aquila sull’orlo di un baratro che a questo punto potrà essere evitato solo a suon di fatti.
Intanto arriva la trasferta di Francavilla e urge l’ennesima colletta per rimborsi e spese di trasferta. L’idea Iannini è in stand by, mentre l’amministrazione in questo contesto si è affannata giustamente a tenersi stretti Penzi e soci, vista anche la penuria di risorse racimolate per la querelle rugby. Il tentativo (un po’ forzato) è quello di provare ad affidare comunque ai romani (“appioppargli” avrebbe detto il mitico Magnotta) la gestione corrente nelle forme della sponsorizzazione e con la speranza che i soci attuali riescano a scavallare bilancio e ricapitalizzazione. Ma al momento la posizione di Penzi & co, che qualche apertura l’avrebbero pure fatta, al momento resta quella di chi rimane alla finestra, in attesa di capire che fine faranno questi benedetti libri contabili.
Alessandro Fallocco